Promuovere il dialetto per non dimenticare le nostre radici

“La lingua nazionale è come un albero che
affonda le sue radici in tutta l’Italia e trae
dalle periferie verso il centro le “Parole”.
Il Dialetto è quindi la linfa vitale
di cui si nutre l’Albero della Lingua.”
(Andrea Camilleri – 1925-2019)

Guida base di ortografica e fonetica
del Bitettese

Norme di scrittura, pronuncia e trascrizione del dialetto locale

Note Strumentali

Tra i diversi approcci di studio, per la trascrizione del Bitettese, ho focalizzato la mia attenzione su due aspetti fondamentali:
1. Analisi della Fonetica strumentale;
2. Trascrizione della Fonetica secondo l’Alfabeto Fonetico Internazionale (I.P.A.);
per esaminare in modo dettagliato, le caratteristiche acustiche del dialetto, garantire una rappresentazione scritta accurata e standardizzata, dei suoni del Bitettese, che qui di seguito vi sono indicate.

La vocale "e" (tra le più caratteristiche)

La caratteristica principale che contraddistingue la pronuncia della baresità è quella della vocale <e>, fortemente influenzata dalla fonetica francofona. La vocale <e> viene pronunciata esclusivamente se iniziale di parola, quando funge da congiunzione e quando è accentata, mentre tutte le <e> non accentate, sia nella parola che alla fine, sono atone. Esse hanno solo funzione di completamento nella sonorità delle consonanti cui sono legate, senza formare una sillaba piena.

Nella pratica, questa <e> atona non si pronuncia come una vera “e”, ma come un suono neutro e debolissimo, quasi indistinto, molto simile a quello che in fonetica si chiama schwa (ə). È un suono appena accennato, che serve solo a sostenere la consonante, senza formare una sillaba piena. È lo stesso effetto che troviamo in molte parole francesi. Per semplicità, in questa guida non lo indichiamo graficamente: lo trattiamo come una <e> debole, quasi muta.

La <e> atona, sia nel corpo che a fine parola, ha dunque una pronuncia appena accennata, quasi muta, così come si leggerebbe una “e” in francese. Prendiamo in esempio la parola francese <siège> (posto a sedere), che si legge [si‑è‑g(ə)], da cui il termine dialettale <sègge>, che si legge [sèe‑gg], in italiano “sedia”.

Di seguito altri esempi di pronuncia della <e>:
– Menèstre ⇒ leggere [m‑nèe‑str]
– Demèneche ⇒ leggere [d‑mèe‑n‑ch]

La vocale: "ö" (con dieresi, rilevante nella pronuncia bitettese)

Questa vocale ha un particolare suono fonetico, assente nella pronuncia barese, ma identificativo del bi­tettese. Questo suono tipico lo trovate rappresentato con il simbolo <ö>, una “o” con accento dieresi di uso germanico ma con un suono presente anche nel francese. Spesso (ma non sempre) sostitutiva della vocale “a” aperta barese.

La <ö> si pronuncia come una “o” chiusa e arrotondata, ma con un leggero avvicinamento verso la “e”. È un suono intermedio tra “o” ed “e”, molto simile alla vocale francese di <peur> o <cœur>. In pratica, le labbra restano arrotondate come per dire “o”, ma la voce si sposta un po’ in avanti, rendendo il suono più stretto.

Inoltre la  <ö> a fine parola indica la 1ª coniugazione “‑are”, come si vede ad esempio nel verbo mangiare, confrontando il barese con il bitettese: mangià (barese) diventa mangiö (bitettese).

Ecco alcuni esempi:
– Möne – (mano, che in barese sarebbe scritto “mane”);
Mangiöte – (mangiato, che in barese sarebbe scritto “mangiate”).
– “Il mare a Monopoli, il monte a Cassano”, si scrive: “U möre a Monople u monde a Cassöne” e si legge [U möo-r a Mo-no-pl u mo-nd a Ca-ssöo-n].

Gli accenti

Come certamente avete avuto modo di notare, le vocali accentate (compresa la dieresi) vengono tutte pronunciate con una marcata enfasi melodica, con un allungamento del suono che sfuma, quasi come se fossero scritte doppie.
Ad esempio: <à> si legge [àa]; <è> si legge [èe] e così via, anche come avete notato per la <ö> da leggersi [öo].

La lettera "j": quale funzione fonetica nei dittonghi

La <j> nasce come variante grafica della “i” nell’alfabeto latino medievale. In origine non indicava un suono distinto: era semplicemente una “i” allungata, spesso usata in posizione iniziale o finale. Solo in epoca successiva, nelle lingue europee, e come riconosciuto anche dall’I.P.A., ha assunto valore consonantico di [gei], come nella pronuncia inglese di Jolly.

Nei dialetti italiani non esiste un’ortografia ufficiale: ogni comunità può adottare convenzioni utili a rappresentare i propri suoni. L’uso della <j> è quindi pienamente legittimo quando:
distingue la “i” semiconsonantica dalla “i” vocale piena;
evita ambiguità nella lettura.

La fonetica italiana infatti distingue:
– dittonghi ascendenti: j + vocale (es. /ja/, /je/, /jo/);
dittonghi discendenti: vocale + i/u semivocalica (es. /ai/, /ei/).

Nei dittonghi ascendenti, il primo elemento è l’approssimante /j/, cioè una “i” non pienamente vocale. Per questo molte grafie dialettali impiegano la <j> per rendere visibile tale funzione:
– ja, je, ji, jo, ju = [ja, je, ji, jo, ju].

Questa scelta evita confusioni come “ia”, che potrebbe essere interpretato come due vocali separate. La fonetica italiana riconosce infatti la <j> come simbolo della semiconsonante nei dittonghi ascendenti.

Per tali ragioni riteniamo opportuno utilizzare il grafema <j> per rappresentare, nel nostro dialetto, alcune semi‑tonalità presenti nei dittonghi che iniziano con la vocale i, come nel caso di jaje, forma bitettese pura corrispondente a “io”.

Le consonanti

Non vi sono grandi differenze con la pronuncia italiana, solo non è inusuale trovare parole che iniziano con una doppia consonante. Questa caratteristica serve a conferire enfasi e una certa cadenza forte nella pronuncia della stessa parola, come ad esempio:
– Io sono di Bari => Jaje so de Bböre;
– Dillo a tua madre => Dinggiue a mmamete.

Apostrofo o elisione

Un’altra peculiarità è l’uso dell’apostrofo all’inizio della parola, che si trova principalmente in parole composte o con una sillaba iniziale come “in-“ o “im-“.
Ad esempio: ‘nganne (in-gola) – ‘nzalöte (insalata) – ‘mbaste (impasto).

Particelle pronominali

L’apostrofo iniziale viene anche utilizzato nel gruppo consonantico <’nge> che rappresenta il pronome personale “gli” (terza persona singolare) e “ci” (prima persona plurale). L’apostrofo è inserito come fosse una troncatura di vocale che deriverebbe dalla traduzione del pronome, detta come “a lui” oppure come “a noi” come in esempio:
– ‘nge dètte = (gli dette – a lui dette);
– ‘nge mannorene – (ci mandarono – a noi mandarono).

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